I pallini di plastica pieni d'aria, la confettata rettitudine stampata in un viso vetusto e malandato, le iridi equivoche e i bulbi oculari magnetici da recidere ed appendere al soffitto della mia camera, i miei canini, la nutella (senza di lei la vita sarebbe meno bella), le lamentele improduttive se pur di convenienza, temporeggiare e ritardare il naturale evolversi di ogni situazione, la Panda 4x4 fracassata contro un muro di cemento armato (guidatore compreso), il rumore del gesso sulla lavagna, Camp Crystal Lake, la mia scimmietta tabagista viola e scolorita, i miei fanculo buttati alla rinfusa, me, ma a volte anche no.
Odio
La parola artista e il suo corradicale artistico, le lamentele improduttive se pur di convenienza, i duecentotrentunovirgoladieci di bollo pagato un giorno prima della scadenza, il mio lavoro e il mio non far nulla per cambiarlo, i bagni della stazione e le secrezioni umane non mie, le uscite bimestrali, la mondanità balneare, i giochi da tavolo giocati a terra, i colletti bianchi, il jazz quando rappresenta una svolta epocale per i nostalgici del metal, suor Ester e le sue manie d'onnipotenza, i culi bassi, i culi grossi, le deflorazioni con crocefissi, la coprofilia, urofilia, zoofilia, clismafilia e tutte quelle pratiche sessuali che annientano il piacere mentale, odio te, ma credo tu ne sia consapevole.
Leggo
Al momento sono in fase di stallo. Però mi reputo un lettore onnivoro, curioso e affatto spocchioso. Leggo di tutto, pentagrammi e cartelli stradali a parte.
Ascolto
Al momento sono in fase di stallo. Però mi reputo un ascoltatore onnivoro, curioso e affatto spocchioso. Ascolto di tutto, consigli a parte.
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7.03.2001
Perso. Di nuovo. Mi ritrovo, nel momento meno indicato, a riavvolgere il nastro e a rimettere il culo in orbita dopo una rivoluzione copernicana che da un giorno all'altro m'è piombata addosso, un verosimile episodio di labirintite acuta dice la diagnosi, nel momento in cui cerco di sopprimere quel lutto che tende a venir fuori solo perchè è cosa buona e giusta dispiacersi dopo sei mesi di relazione rimasti conficcati in gola, vorrei sputare via tutto ma vorrei anche soffermarmi a credere che in fondo non si distrugge tutto così facilmente quando ti sei messo in gioco ed hai costruito quel tanto che basta per farti sentire soddisfatto e sereno. Un po' come Rose Madder, un po' come te senza di me, un po' come un film scontato dal finale prevedibile, un po' come quelle gocce di bile che mi hanno aperto la mente, un po' come Pete Dayton quando si trasforma di nuovo in Fred Madison. Un po' come dirti vaffanculo, senza che tu me ne dia la possibilità. Lo vorrei, ma tu non me la dai.
Questa mattina mi sono svegliato presto, indicativamente alle ore 5 e un quarto, mi sono trascinato in bagno, rimirato allo specchio, ripulito via i segni di una notte passata a rigirarmi tra lenzuola e pensieri e per colazione latte ad alta digeribilità, fette biscottate e istinti suicidi. Questa mattina fuori la città era spenta, il cielo si stava lentamente accendendo, mi sono trascinato alla macchina, con dimestichezza ho digitato caratteri superflui, vezzo mattutino, forma mentis, e con compassato rigore mi sono sdoppiato. Il mio accanimento al dovere è spiazzante, così come l'accondiscendenza senza freni che sfreccia via tra un "ma sì" e un altro, per paura di frantumare l'attimo e l'ordine delle cose. Rigore e lucidità imperturbabile che mi spingono ad analizzare situazioni, parole alterate, punti esclamativi omessi e punti di sospensione ripetuti. Ossequi alle voglie viscerali e agli spropositati slanci affettivi che implodono silenziosamente.
Ho bisogno di un alterego digitale, una riserva di idee dalla quale attingere a piene mani distorte realtà che soffochino l'ordinario vivere. Ho bisogno di credere che un giorno, quella scatola che con premura conservo in fondo all'armadio, non diventi l'oggetto del mio star male e che quel nome non si perda tra milioni di altri nomi. Ho bisogno di credere che se dovessi incontrarti, sarei forte da guardare altrove. Ho bisogno di credere che un giorno arriverò al punto da credere di non aver bisogno di niente.
TRANSCOMUNICAZIONE STRUMENTALE E PIZZA AI QUATTRO FORMAGGI
Siamo tutti dei little boxes made of ticky-tacky, l'importante è non arrivare a chiederselo davanti ad una circolare pizza ai quattro formaggi servita in un curling club. L'ambientazione da amabile centro ricreativo di metà anni '90 c'è tutta, sala giochi potentemente invecchiata tra obsoleti videogame Space Invaders e cameriere dal trucco marcato, diciotto piste di bowling americano e la scritta "panini e bibite" oscurata da quindici anni di polvere e di cambi di gestione. Il gorgonzola dolce, appena uscito dal forno, assume sempre quel fastidioso sapore di chewingum, e devi sforzarti di mangiare la crosta per levarti quel sapore dalla bocca, crosta che, in altre occasioni, avresti accuratamente accantonato ai bordi del piatto di plastica. Mi faccio spazio tra i rumori delle navicelle spaziali che annientano altre navicelle spaziali e il bip compulsivo di palle bidimensionali che si nutrono di altrettante palle di dimensioni ridotte sparse in labirinti verdi, e cerco di carpire e riconoscere le fievoli note che fuoriescono dalla lontana cassa altoparlante. Al di là del tavolo qualcuno sta pensando ad un aldilà che non percepiamo, dove 21 grammi di nonna galleggiano senza tempo e senza spazio dopo aver repentinamente abbandonato la propria scatola all'interno di un loculo avvolto nel silenzio notturno. Scrittura automatica e campo metafonico, schemi elettronici, transcomunicazione strumentale e parapsicologia, resurrezione, e nuovi e vecchi testamenti, vangeli sinottici e nausea da abuso di termini minuziosi e inutili e minimi se paragonati all'impotenza del non esserci più un giorno, quì in questo fottuto bunker dalle tinte rosa pastello, tra obsoleti videogame Space Invaders e cameriere dal trucco marcato a gustare una schifo di pizza ai quattro formaggi che se mangiata calda sa di chewingum.
Ieri sera osservavo il bianco del soffitto e provavo ad immaginarmi una stanza diversa, una libreria piena di polvere e di vecchie riviste videoludiche disposte in ordine cronologico, dei libri boriosi e turgidi di concetti filosofici e teologici, vecchie scatole di scarpe contenenti sfarzosi reperti very 80's, pareti piene e tinteggiate di blu, spirali di fumo al patchouli e candele coniche. 2 euro e 50 e un viaggio virtuale nelle montagne russe te lo fai, ti risparmi la nausea e il vento che ti soffoca, trovo delle curiose analogie tra le rotaie virtuali e la vita all'interno della mia stanza, così come trovo delle similitudini in quel libro scritto da non so chi, dove quel tizio, di cui non ricordo il nome, baratterebbe per un giorno la tranquillità narcotizzante con l'ebrezza di una precarietà sentimentale. Le tue curve paraboliche, le tue salite e le tue discese, le evoluzioni a testa in giù e il tuo binario stabile, fanno sfrecciare via lontano ogni sorta di dubbio. Sei la mia nausea costante e mi sento meglio e mi sento forte, come dopo essere sceso da una corsa apparentemente senza fine.
22.05 - Piovigginoso after dinner dalle tinte giallo-photoshop
La disfagica Domnika elemosina consigli radiofonici per vincere l'epica battaglia contro un reflusso gastroesofageo, io mi mangio le pellicine delle unghie, quelle deplorevoli e antiestetiche virgolette organiche messe alla gogna dai siti dalle tinte rosa pastello. Sarebbe tutto così etereo ed armonioso se non cominciassi a passare in rassegna gli aspetti stilistici ed espressivi del timbro vocale, dell'intensità e delle gradazioni di tono, che conversazione dopo conversazione cominciano ad affilarsi fino a ferire l'immagine statica di quello che era un mese fa.
22.38 - Piovigginosa atrofia pre-eiaculazione e tosse catarrale
Saranno almeno cinquanta le gocce rischiarate dal lampione che gareggiano nel finestrino. Ho sempre sognato uno Zippo, che produca una gran fiamma che neanche il vento riesca a spegnere, uno Zippo metallizzato con le rifiniture color oro, uno zippo personalizzato. O personalizzabile. E rigiro la sigaretta nella bocca, l'accendo e noi che bruciamo con lei. Indispensabile e irrinunciabile, come quel "cazzo" detto al momento giusto e con la giusta intensità. Porno, quando non sei intorno.
Pioggia di scintille e balloon rosa come segnaletiche da seguire per uscire illesi dal labirinto invisibile che ha sapore di glam pop. Tutto intorno bambole robot che ballano un valzer di gomma e noi che ci si scioglie tra lampade stroboscopiche e nebbia azzurra. Parole che non escono, pensieri che non prendono forma, ma che fluttuano leggeri sopra le teste che si scuotono, tra amori, sudori e vibrazioni intermittenti. Io ti amo, io ti cerco, io ti voglio rock'n'roll robot.
Dicono che l'aspettiva sia la previsione ragionevolmente realistica dell'individuo circa la condotta degli altri membri della società in un contesto di incertezza. Dico che se il contesto è l'incertezza, il contenuto tra i membri sarà filtrato da questo circuito di totale distacco e di tangibile disillusione, dove le previsioni e le aspettative andranno così a puttane. Stando a quanto detto sopra quindi, l'individuo, o soggetto particolarmente influenzabile e rosicone, sarà ragionevolmente realistico e ottimista rapportandosi ad un forbito circolo di pessimisti cronici che delle aspettative non ne sentono neanche l'odore. Come può essere ragionevolmente realistica un'aspettativa che pone le sue basi nelle incertezze altrui, che prende forma in seguito alle disgrazie e al disincanto degli altri membri? Il 2008 sarà un anno col botto, quindi rosicate che io mi nutro delle vostre titubanze.
Ancona e i suoi mille volti, il kebab sotto gli archi tra salse piccanti e lordume da ascella sudata nord africana, il pompino preserale che fu, dietro al duomo, Piazza Cavour e le cagate dei piccioni come pioggia, il Barfly e la Panda 4x4-devi-morire, il ristorante cinese al piano, tra sedute terapeutiche e involtini primavera, il lazzaretto estivo e il gaudio durato trenta giorni, monte Conero e il plaid, l'hot dog e l'ultimo scambio di liquidi corporei sotto lo stellato black out agostiano di "correva l'anno 2003", la pineta ed il Passetto con i suoi suicidi acrobatici, l'afro di merda e quel fottuto uniposca verde acido, la stazione e l'attesa di una Opel Corsa ormai rottamata.
Lo Chardonnay ed io che incendio la macchina dopo uno scampato tamponamento a catena.
Napolitano mi salva la vita a me, così come lo sperpero comunale e le renne luminescenti. Una timida nevicata giusto per imbiancarti la macchina e la notizia di te, che parli di me, sospeso nel tuo bel periodo di riflessione, e la cultura per il fisico perfetto quella nessuno riuscirà mai a levartela, psicosi intrappolata tra le mura di una discoteca labirinto bianca senza luci colorate, gli piaci ancora disse il letterato dalle arcate sopracciglia, gli piaci ancora, disse, alterando le percezioni soggettive e minimizzando le imperfette equazioni decisionali, che me lo dicesse, dissi io, raccogliendo pezzi di pizza bianca al fine di ritrovare quello smarrito interesse che teneva in vita le parole non dette attraverso una comunicazione ad impulsi mai arrivata. Soffi di nord-est a far danzare le luci elettriche fuori dai balconi sospesi, gemiti contenuti e sputi su una moquette impolverata, luce spenta e attrezzi da garage in un intercalare di cessazione ed eccitazione, polpastrelli gelati e nuvole di condensa dalle bocche. E di lei nessuna notizia, forse dispersa tra globalizzazione e alture genovesi, tra manifestazioni politiche e sangue e vomito e amore. E di me nessuna traccia, nessun indizio, solo un ammasso di lettere confuse assemblate in un irriconoscibile nome in codice, la quiete prima della tempesta, la tempesta prima del nubifragio affrontata così, in maniera moderata, senza troppi allarmismi, per quelli come me, che nella bocca hanno distese di cemento e nella testa un oceano di parole. Una tregua. La tregua.
e c'era caldo dentro, più di quanto non potesse essere fuori, quel bagliore lunare a renderci spettrali, quel silenzio a divorarci i pensieri, a soffocare noi e la nostra ultima estate di novembre. Le parole evaporate, e l'ultimo saluto cristallizzato per sempre, un rimorso soffocato per aver lasciato scivolare via ogni frangente, un rammarico per non essere stato abbastanza forte, non ancora capace di liberarmi dalla neve che mi appesantiva. Un ultimo saluto, detto tra i denti, detto tremando, scosso dal vento che spazzava via la luna sulla via del ritorno. L'autostrada deserta, nessun morto quella sera, solo l'ultimo respiro di estate prima di accorgermi di essere arrivato a dicembre.
Passioncelle generiche sfiorano le anime assopite, ma non le risvegliano. Non hanno forza.
dimenticanza di sé.
Alla base c'è una mancata crescita emotiva, che ha reso il sentimento atrofico, inespressivo, non reattivo, per cui gli eventi della vita passano accanto senza una vera partecipazione, senza un'adeguata risposta di sentimento a quanto intorno accade.
L'abitudine, quella che ti contagia, quella che ti solleva da ogni responsabilità, che ti impedisce di arrivare oltre e prendere una scelta definitiva. Il solito parco, con la solita erba, quella che brucia e ti riscalda nelle serate autunnali, le foglie morte che delimitano i confini del viale da percorrere, il solito accendino vuoto, quello che conservi in fondo al cassetto, quello che riporta una data, un ricordo indelebile segnato con un pennarello nero, il solito tragitto con le solite facce, i soliti amici, quelli da sbornie collettive e vuoti individuali, i soliti sorrisi e le cazzate prive di inventiva, l'amore quello sbiadito, la solita croce, la solita speranza che possa finire prima o poi, che scompaia insieme ai ricordi, che si possa gettare fuori da un finestrino, come un fazzoletto sporco di sborra, le solite domande, quelle di routine, quelle fatte senza pensare, senza riflettere, i soliti muri, la solita scritta "nè dio nè marx", illuminata dal solito lampione, il solito calore domestico, così freddo da lasciarti indifferente, le paranoie della domenica ripetute nei restanti giorni, i mesi che scorrono, le ore che passano, la felicità che va e che viene, l'attesa, i ripensamenti, le riduzioni strappate, le sigarette ridotte, la paura di essere uguale a ieri e il futuro segnato. La solita merda che ti accompagna ma che non vuoi lasciare, la solita inadeguatezza in tutto, la solita stranezza, che a volte ti consola e a volte ti sfonda.
Fragore di vetri che andavano in frantumi, traffico veicolare e lunghe scie luminose a rischiarare le grandi distese di vuoto. Mi insegnava a veicolare le energie propagandole all'interno dell'abitacolo, mi diceva di chiudere gli occhi, di concentrarmi nel silenzio, io rincorrevo linee e cerchi concentrici che comparivano nei vetri appannati, ascoltavo i rumori frenetici provenire dal cavalcavia poco sopra di noi, mi diceva di sentire l'energia scorrermi dentro, io osservavo il veloce flusso di luci in corsa, mi invitava a non pensare, a liberare la mente. In silenzio cantavo, pensando al grande cartello sospeso in aria e ai suoi 32 morti annunciati nel tratto autostradale Bologna-Taranto.
Sette chiamate in mezz'ora, con una media di uno squillo ogni quattro minuti, altro non sono che una degna punizione divina per il mio avanzare astruse proposte e non portarle a termine fino in fondo...Sette chiamate e la consapevolezza che, se dovessi rispondere, andresti incontro ad una serie di disagi psicofisici quali lo stress del vestirsi aprendo armadi e cassetti alla ricerca di una felpa che mai troverai, sottoporsi alle routinarie operazioni di lavaggio e sgrassaggio, scendere numero quattro rampe di scale mangiando fugacemente una brioche con salsa tonnata, trovare la macchina nel parcheggio, inserire la chiave nel quadro, girare la chiave ed andare alla deriva nel traffico provinciale, fumare sigarette senza una voglia concreta, e partire senza sosta verso turpiloqui d'intrattenimento pomeridiano.
C'E' UN INIZIO DI ACCORDO E DI TRATTATIVE TRA IL MIO DISAGIO PSICHICO E LA BLOGOSFERA
Ho la capacità di morire sano e salvo in seguito ad un lungo digiuno di purificazione dalla blogosfera e dai meccanismi costrittivi che regolano la propaganda del mio alter ego all'interno di una esposizione mediatica sempre più avversa. Puntualmente, al termine degli sfarzi estivi, sento l'incombente necessità di estraniarmi dal mio blog per un periodo non precisato. Ho più volte pensato di chiudere questo database di esperienze vissute, ma nonostante i miei buoni propositi, mi ritrovo inesorabilmente ed indissolubilmente legato a queste pagine cariche di pensieri e di sfoghi indecifrabili che ormai mi accompagnano da due lunghi anni. Operazione fallita ancora una volta. Nonostante la mia latitanza sotto falso nome in piattaforme myspaceiane, nonostante il tentativo vano di portare avanti progetti splinderiani terminati nel giro di quarantotto ore, mi ritrovo ancora quì, con una nuova veste e con dei criptici e collaudati contenuti che col passare del tempo sono divenuti parte integrante del mio modo di scrivere. Si ricomincia dunque. Grandi novità non credo ce ne siano, eviterò di riempire i buchi di questi mesi di assenza elencando i fatti e gli avvenimenti accaduti in ordine cronologico, mi limiterò quindi a portare avanti ancora una volta questo blog unicamente per me, uno spazio privato, ma accessibile a tutti dove, tra i tanti obiettivi, quello di esercitarmi e formarmi autonomamente sul campo della scrittura, alla quale, credo di essere ormai inscindibilmente legato. Dopo questo lungo incipit serioso e formale, mi riapproprio della solita vena tragicomica e caciarona dando un bentornato a quei pochi utenti che ancora hanno il coraggio e la forza di leggere le mie lamentose cazzate e mando a tutti i possessori di Fiat Panda 4x4 color arancio egocentrico, un cordiale fanculo.
Nella speranza di un ritorno alle origini, dove i colori erano accesi e vivi e i pensieri leggeri e infiniti, mi concedo un respiro esalando odore di rinascita. Da presunto bicromatico incapace di cogliere le sfumature della vita, mi lancio in questo nuovo capitolo, lasciandoti nel baratro della tua insignificanza. Fiducioso della tua morte, a vantaggio della mia indispensabile vita, raccolgo tutti gli anni sprecati, cercando di riadattarli alla mia nuova esistenza.
Il nostro paese è circondato da un grande deserto giallo, e nessuno al mondo sarebbe in grado di attraversarlo, il sole brucia inesorabilmente ogni speranza e con essa ogni possibilità di attraversare i numerosi cancelli invisibili. La nostra sopravvivenza è indissolubilmente legata a dei minuscoli semi dorati, che una volta stretti in pugno, vibrano all'arrivo di imminenti rischi e pericoli. Ci siamo messi in viaggio, armati di buoni propositi, abbandonando ogni aiuto e ogni protezione, seppellendo i miracolosi sementi, distruggendo gli invisibili cancelli. Abbiamo superato i nostri limiti e rinnovato le nostre esistenze, rendendoci conto che tutto quello che dovevamo temere, era segretamente nascosto all'interno di noi stessi.
Verde oscurato dalla notte in un trascendentale viaggio onirico, silenziosi campi da crocket e viali di pioppi mossi dal vento. Nulla è ciò che sembra essere. Quando si dovrà trasformare in crisalide, e le capiterà un giorno o l'altro, e poi da crisalide in farfalla, vedrà che si sentirà un po' confuso anche lei.
Osservavo la sua immagine dimenticata, ricordando piccole imperfezioni, le curve della sua pelle, il suo timbro vocale distante, come ovattato, come se per tutti questi anni fosse rimasto nascosto nel più profondo degli abissi. Osservavo i miei occhi azzurri riflettersi nei suoi, che come al solito cercavano un pretesto per sfuggirmi. Gesticolava, dimostrando sicurezza tradita da un compulsivo e ansioso tamburellare delle dita. Ricordava con distratta indifferenza i tempi passati, guardando altrove, fuori dall'auto parcheggiata. La testa fuori dal finestrino, fumavamo disperdendo nuvole grigie nell'abitacolo, in onore dei vecchi tempi, dove a rischiarare le nostre risate, solo fiochi lumini che proiettavano strane ombre nelle lapidi poco distanti. Osservavo i miei occhi azzurri riflettersi nei suoi, che come al solito cercavano un pretesto per sfuggirmi. Baciai le sue ali, le leccai, consapevole che non erano più mie e forse mai lo erano state. Legate alla mia immagine mai esistita.